La rivoluzione del 1799
La storia feudale del Regno di Napoli si chiude con la tragedia del 1799 donde nasce un nuovo ordine di cose. Fu lotta di borghesia e di popolo, l’un gia fatta audace e desiderosa di affrancarsi, l’altro abbrutito, avido di vendetta, (…) fu lotta della borghesia e del ceto popolare più evoluto e cosciente contro un comune nemico, il patriziato, che dai suoi seggi chiusi, come da rocca impenetrabile, esercitava un dominio assoluto di arbitrio e di prepotenze, in contrasto perfino con la volontà del re.
G. Fortunato
Per cinque mesi, nel 1799, Napoli visse l’esaltante e breve ebbrezza di una rivoluzione, ma che diede vita ad una delle vicende più tragiche ed affascinanti del Risorgimento italiano e della storia della democrazia europea, la Repubblica Napoletana.
Nel salernitano, in particolare nel Cilento e nel Vallo di Diano, oltre che nel capoluogo, la rivolta si propagò rapidamente, ma fu di breve durata. Dal canto suo, la nuova classe emergente, la borghesia, intravide la possibilità di entrare nella storia da protagonista e di diventare il nuovo ceto dirigente del Mezzogiorno. Accanto ad essa emersero uomini, spesso martiri, della rivoluzione e delle nuove idee, primo tra tutti l’abate Giovan Francesco Conforti, di Calvanico, ministro dell’Interno nel Governo repubblicano. Ma la rivolta sanfedista, ispirata dal Cardinale Ruffo, appoggiata dagli inglesi, facilitata dalla ritirata francese e sorretta dai contadini, trasformò, ben presto, la provincia di Salerno in terra di crudeli rappresaglie e di vendette private. L’incapacità degli esponenti repubblicani di collegarsi al ceto popolare e di tradurre in modo originale, rispettoso del contesto meridionale, formule e contenuti di un modello rivoluzionario generato in un paese estero furono alla base del fallimento della Repubblica. L’adozione di atteggiamenti inclini all’estremismo giacobino, il ritardo con cui furono approvati provvedimenti favorevoli ai “contadini senza terra” e la polemica accesa contro la Chiesa e le forme tradizionali di religiosità popolare finirono per isolare i fautori della rivoluzione e per rafforzare il fronte reazionario, il quale ebbe buon gioco nell’orientare le masse popolari, ignoranti ed analfabete. Guidati da spregiudicati capibanda come Gerardo Curcio di Polla, detto lo Sciarpa, le truppe realiste ebbero la meglio sulle esigue resistenze dei repubblicani e sui pochi francesi rimasti al loro fianco.
Salerno fu presa e persa tre volte, prima di cadere definitivamente nelle mani dei sanfedisti. Rappresaglie ed eccidi, prima, centinaia di condanne della magistratura borbonica, dopo, crearono un clima di guerra civile, ma, allo stesso tempo, iniziarono a sedimentare una tradizione rivoluzionaria che, soprattutto nel Sud della provincia, sarebbe durata fino all’Unità. La lettura dell’esperienza rivoluzionaria operata da Vincenzo Cuoco, il quale pure aveva partecipato al governo repubblicano, riassumibile nella formula “rivoluzione passiva” e particolarmente critica nei confronti del “philosophes” napoletani, i quali avevano ritenuto possibile fare la rivoluzione senza il popolo – divenne patrimonio comune dei liberali italiani. L’esigenza di tenere in debito conto i bisogni del popolo, di avviare processi di educazione politica, di evitare la contrapposizione tra istanze estremiste e moderate si affermò da allora in poi come fondamentale per l’evoluzione del processo risorgimentale.
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